venerdì 9 gennaio 2015

Corsi... a Corsico

Pubblichiamo le locandine dei corsi che stanno per avviarsi a Corsico. Sono iniziative di grande interesse e alquanto rare...

sabato 20 dicembre 2014

Confronti

Questo pianista è stato allievo di Celibidache. Sentite questa sonata di Scarlatti come viene orientata, poi sentite lo stesso brano con la Argherich...



lunedì 7 ottobre 2013

ANALISI MUSICALE

Poteva mancare fra gli argomenti fraintesi dai musicisti? Una pagina di musica è una specie di oggetto sacrificale, ognuno ne fa un po' quello che vuole, lei non si oppone, si offre, si concede inerme, indifesa. Molti pensano che assolvere il proprio compito di interprete sia fare "tutto quello che c'è scritto" in una partitura. Questo pensiero ha dato il via alla "filologia" musicale. Musicale? Direi piuttosto "filologia dei significanti" ( feticismo del segno). Provo a spiegarmi. Cos'è una pagina di musica? La stenografia di un tragitto della coscienza umana. Molti invece pensano che sia un insieme di segni utili a richiamare suoni e che una volta rispettato alla lettera ogni segno dando vita a suoni, ne scaturirà
automaticamente ...musica. Magari fosse così semplice. Insomma c'è una partitura dei ...significati che non è scritta ma è soltanto essendone consapevoli che la stenografia di una partitura dei significanti potrà lasciar nascere quella dei significati. Questo è il momento magico dell'ANALISI. I più si fermano a quella descrittiva ( strumenti, note, ritmi, armonie, forma) e una volta venuti a capo con le parole di quello che è già scritto coi suoni in realtà non sanno che farsene da un punto di vista esecutivo. Ad esempio sapere che un certo brano inizia in re maggiore e poi modula a...si minore che mi offre in più da un punto di vista esecutivo? Suono più piano? rallento? accelero? guaisecambio? Oppure: in una forma sonata sapere dove inizia lo sviluppo...che faccio, mentre suono guardo il pubblico e grido "attenti ...attentiiii...SVILUPPOOOOO". E lo stesso farò quando saremo alla ripresa? Insomma quale analisi serve davvero, cosa debbo cercare di capire da quei segni che mi sia utile da un punto di vista dell'esecuzione? C'è un altro modo di analizzare una partitura. E' quello che parte dagli effetti del suono sulla coscienza umana e di che cosa chieda la coscienza umana ad un brano perché lei sia messa in grado di potersene appropriare. Si presterà attenzione, allora, alle ripetizioni per poterle eseguire in modo orientato, si cercheranno le imitazioni per stabilire ordini di priorità, ci si avvarrà dell'analisi "formale" per sapere come graduare la tensione "prima" del punto massimo e dopo il punto massimo. Ah...e ma allora...eh, sì...Celi, eh, ormai s'è capito da tempo no?

lunedì 12 agosto 2013

CRITERI 9: IL PUBBLICO.

Questo, della serie dei criteri, è il più inquietante, è il pilastro stesso di tutta l’attività musicale nella filiera Educazione/Produzione/… Fruizione.
Cercherò di procedere sistematicamente, seguendo una logica il più possibile serrata nel mettere insieme i concetti.
Il direttore d’orchestra Sergiu Celibidache aveva una ammirazione incondizionata per il pianista Arturo Benedetti Michelangeli. Dopo averlo ascoltato suonare,nei primi anni ’40 del ‘900, ne rimase talmente impressionato da affermare:”capii che era inutile tentare una carriera come pianista, c’era Michelangeli ad occupare la prima posizione, bisognava trovare un altro ambito nel quale poter primeggiare”. In questo caso possiamo attribuire a Celibidache la patente di narciso? Di ambizioso sfrenato? O non era semplice consapevolezza dei propri mezzi e riconoscimento di quelli di un altro? In vari colloqui sia privati che pubblici Celi, come suo solito, con un indefesso spirito didattico, entrò nei particolari, spiegando i motivi di tanta ammirazione. “Michelangeli suonava e poi mi guardava indicando la parte destra della tastiera del pianoforte andando anche un po’ oltre con la mano e mi diceva “senti gli armonici?”.Quando suonava percepiva i suoni della “quarta ottava”, gli armonici più lontani rispetto al materiale di base prodotto dalle dita”.
Celibidache ammetteva di non aver mai prestato attenzione a questi “epifenomeni”, fenomeni collaterali entrando così tanto nello specifico e che dai primi incontri professionali con Michelangeli fece tesoro di quelle indicazioni imparando ad orientare la sua coscienza a che prestasse attenzione a tutta la ricchezza del materiale sonoro.
Celi ci ha insegnato nel corso degli anni quanto la ricchezza del materiale, la sua maggiore o minor “quantità” abbia un valore decisivo nella scelta del tempo di esecuzione, la famosa frase “dans la lenteur il y a la richesse” più volte ribadita ne è la impegnativa ( per noi ) sintesi.
Sì ma questo con il titolo di questo Criteri 9, il pubblico, che c’entra?
C’entra, anzi è il fattore decisivo e ora spiegherò perché.
Quando ascoltiamo una esecuzione il primo dato che ci colpisce, che colpisce il fruitore immediatamente, è proprio la scelta di tempo di esecuzione operata dall’esecutore, più spesso definito “interprete”, e a seguito di questo vengono poi espressi i giudizi del tipo “ma così è troppo lento”, “così è troppo veloce”,” questo sembra che deve andare a prendere il treno”,”ah lei ha studiato con Celibidache, beh mi sembrava uno che esagerasse in lentezza nelle esecuzioni, sono noti i suoi “tempi lenti”.
Di cosa stiamo parlando? In realtà parliamo del divario di conoscenza/consapevolezza/evoluzione interiore esistente fra il fruitore e l’esecutore. Celibidache è ancora più drastico, alla fine di una intervista alla radio francese arriva a dire: “… e allora colui che si esprime nei miei confronti dicendo che scelgo tempi lenti non fa che certificare, attestare la propria “ignoranza”, nel senso che ignora quali fattori concreti, materiali concorrono alla scelta del tempo di esecuzione”, lui ci obbliga insomma ad abbassarci alla sua povertà percettiva, penuria di mezzi rispetto alla ricchezza che il materiale propone alla nostra percezione.
E qui voglio concludere con una riflessione. Se “così va il mondo” e cioè da una parte esseri umani più “evoluti” interiormente, capaci di cogliere la ricchezza che il mondo propone, che reale e concreta possibilità di dialogo/confronto/proposta ci potrà essere con un “pubblico” ( la variegata categoria dei fruitori) la cui coscienza è praticamente SORDA alla percezione di tutti gli elementi in gioco che poi sono determinanti per operare scelte che ci avvicinino sempre di più alla VERITA’?
E i giudizi che questo pubblico esprime a cosa fanno riferimento? Quando qualcuno “riconosce” il nostro fare come appropriato, l’unico giudizio che può esprimere non è più soltanto “che bello”, ma diventa molto più pertinentemente…”è così”. Dice Celi:”… è riuscito ad ingoiare qualcosa che io ho già masticato per lui”…
Trovo in questo anche una risposta allo spasmodico spirito didattico che ha animato Celibidache nel corso di tutta la sua esistenza. E’ assolutamente necessario infatti,perché tutta questa ricchezza non vada persa, non abbandonare il pubblico come dice Celi , “al suo destino fisico” ma offrirgli una opportunità di crescita spirituale aiutandolo ad orientare la propria coscienza perché accresca il più possibile la propria consapevolezza.
Dico ultimamente che un pezzo di cioccolata è più buono se condiviso con qualcuno. Celi ha voluto condividere anche con me un po’ della sua cioccolata e ora io cerco a mia volta di fare lo stesso con quelli che vengono dopo di me.

lunedì 22 luglio 2013

Un "tom-tom" per la coscienza

Quando si indica la coscienza come ultimo e indiscutibile traguardo della disciplina che può far assurgere ad arte il lavoro di un musicista che tale voglia definirsi, è facile trovarsi di fronte ad alzate di spalle, minimizzazioni, frasi di circostanza se non addirittura battute di scherno ("ah, e dove sta, di preciso?"); questo sempre in nome di un topos dilagante, e cioè che l'individuo artista, musicista nel nostro caso, si appropria dell'opera e la restituisce secondo una propria visione (interpretazione) tanto più importante o interessante quanto più l'interprete è talentuoso, virtuoso, stusioso, e via via "oso" elencando. Allora viene da chiedere: perché un dato personaggio è definito un grande inteprete? Molti di essi, morti o viventi, sono oggi, soprattutto in virtù di tracce registrate, consegnati a un capitolo esistenziale definito "Storia" - ovvero memoria - analogamente - e talvolta più - di molti compositori. Diversi di essi sono legati con doppio giro a specifici autori cui offrono un riferimento o confronto: Toscanini e Muti a Verdi, Del Monaco all'Otello, Karajan a Beethoven, Boulez a Stravinsky, Bohm e Walter a Mozart, Furtwaengler a Wagner, e così via. In virtù di cosa sono emersi questi legami, che si sono anche consolidati fino a riversarsi nel mito, nella leggenda? Spesso, parlando di essi, e trovando da ridire, si viene aspramente criticati per il fatto ("da quale pulpito?") di mettere in discussione veri mostri sacri, osannati da milioni di persone, senza essere noi allo stesso livello di celebrità, e nemmeno vicini! Ma neanche qualcuno che invece la celebrità l'aveva conquistata con la propria competenza e l'innegabile talento, Sergiu Celibidache, poteva permettersi di fare le pulci ai colleghi pena l'aspra condanna di giornalisti e appassionati (diciamo anche "fan") di questo o quel direttore. In sostanza si tratta di genuflettersi all'opinione di una massa che stabilisce che "quello" o "quell'altro" sono i "veri", "grandi" musicisti, mentre altri lo sono meno, "quello è bravo a fare quell'autore ma non quell'altro" e via narrando. Ricordo il dispiacere di molti appassionati di canto che ritenevano tradita la verità quando Pavarotti, Domingo e Carreras venivano additati come i tre più grandi tenori del mondo, escludendo quello che forse era realmente il migliore in un determinato periodo, cioè Alfredo Kraus. Analoga amarezza per il megafunerale di Pavarotti e il quasi silenzio di fronte alla morte di alcuni dei più grandi cantanti italiani nel mondo per decenni: Corelli, Di Stefano, Siepi, Tebaldi, ecc. (ma... e "a livella"?). Esiste il talento e la forte personalità? Esiste l'innata e prorompente musicalità? insomma la predisposizione a manifestarsi in un'arte? Indubbiamente. E indubbiamente tutti coloro che abbiamo sin qui citato e molti altri ancora lo sono o lo sono stati. E' questo titolo di merito per potersi e poterli definire 'musicisti', e più ancora musicisti storici? No, non lo è; quello è l'inizio del cammino, è il punto zero. Ma può essere anche un imbroglio! La talentuosità, la capacità innata e "facile" di padroneggiare il "gesto", come saper disegnare, imparare rapidamente a suonare, a scrivere, a intonare una melodia con bella voce, attraggono immediatamente tutti coloro che tale dono non hanno (o non sanno di avere). A ciò si può aggiungere una personalità particolarmente carica, estroversa, una valida dialettica, una capacità di "vendersi", di apparire, di gestire la propria immagine. Enormi talenti sono "caduti" per non aver saputo gestirsi, così come modesti suonatori si sono guadagnati un posto in proscenio in virtù da doti "scenografiche", polemiche, dialettiche e quant'altro. Alla base di tutto c'è sempre e solo una cosa: riconoscere. Riconoscere il fumo dall'arrosto, riconoscere il grande talento dal volonteroso dilettante, riconoscere il destro imbroglione dal valido maestro della propria disciplina. Chi ha la fortuna di possedere valide doti nell'arte che sente la forza di intraprendere, può scegliere se svenderle al primo offerente, in cambio sicuramente di argomenti non da poco: denari, pubblicità, celebrità, vita mondana, oppure se intraprendere un percorso verso la conquista di una coscienza autenticamente artistica, cioè verso il sublime, il vero. Non significa necessariamente rinunciare agli allori, ma significa rinunciare a quel tipo di successo in quanto obiettivo, finalità. La finalità è nell'arte stessa, cioè in quella libertà nel vero, che non si deve confondere, come purtroppo molti credono, nella libertà di fare ciò che si "ritiene", ma nel fare ciò che si deve, cioè cio che è. Ci vuole un tom-tom; sì, una bussola che guidi alla rivelazione, all'assunzione della coscienza allo stato vigile; una potente mappa ce l'ha fornita Sergiu Celibidache, e l'ha chiamata Fenomenologia musicale. Può valere la pena discutere se ci sia di meglio o comunque altro; sappiamo come per raggiungere una certa località ci possano essere più soluzioni, ma la questione è che tale percorso deve essere valutato, studiato, proposto, esperito e verificato, dopodiché si potrà fare un confronto e decidere quale sia il più efficace. Il problema, grosso, è che nessun altro per ora ci si è messo e ci ha provato. Dunque questi criteri che ci guidano alla conquista della libertà, si potranno discutere, ma se non si prova a seguirli non li si dovrebbe rifiutare a priori, perché tale atteggiamento non può che definirsi pregiudizio, mancanza di volontà, sciatteria, superficialità, e in nome certo di virtù poco onorevoli. Il tom tom c'è... agli uomini (di musica) di buona volontà il volerlo utilizzare o vagare senza meta, illudendosi e illudendo di fare qualcosa di importante.

mercoledì 17 luglio 2013

Criteri 8

IL MAESTRO 2

Nel primo post sul Maestro ho parlato della figura dell'allievo e delle sue peripezie alla ricerca del Maestro. In questo secondo post l'attenzione sarà tutta dedicata al Maestro: quale sia la sua funzione e quando si esaurisce. Ho accennato al fatto che il Maestro serve a dare dei permessi. In virtù di cosa li può dare: ha i “vissuti” accreditanti che glielo consentono. E' passato prima dell'allievo attraverso le situazioni e ne ha viste tutte le possibili sfaccettature, è in grado quindi di valutare momento per momento la adeguatezza di qualunque scelta, la cosa giusta al momento giusto. Che sia la scelta giusta il Maestro lo può determinare per il fatto che rispetto all'allievo è capace di vedere contemporaneamente la messa in gioco di tutti i criteri, di tutti gli elementi. L'allievo è inevitabile che essendo in un percorso di apprendimento abbia due difficoltà con le quali confrontarsi: non ha ancora sotto mano tutti gli elementi ( li sta ancora incamerando e sperimentando) e non è ancora capace di considerarli tutti contemporaneamente per elaborare una sintesi che sia ogni-elemento-comprensiva. Sarà portato ad avere una visione parziale credendo che il criterio che sta studiando in quel periodo sia la chiave risolutiva, il parametro efficace per una corretta appropriazione. Il Maestro , sempre quello con la M maiuscola, conoscendo invece tutti i criteri opera LA SINTESI, quella definitiva, quella che non ammette alternative, insomma si approssima alla verità, la verità che è per sua definizione UNA e non molteplice. L'Europa affonda le sue radici nella cultura greca. Il dettato fondamentale di quella cultura è stata la famosa esortazione - Γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón iscritto sul tempio dell'Oracolo di Delfi , “nosce te ipsum”, conosci te stesso. Che c'entra? C'entra c'entra. Serve a fare la differenza fra sprovveduti o improvvisati sedicenti maestri e il Maestro. Perché? Ne vado ad esplicitare le implicazioni. Da un lato abbiamo maestri che pensano all'allievo come un vaso vuoto da riempire e come in un collegamento fra vasi comunicanti pensano di essere loro il vaso pieno che dovrà riversare il proprio contenuto nel vaso vuoto. Ci sono altri invece, e qui siamo in presenza dei veri Maestri, che ritengono che la differenza fra allievo e Maestro non sia in termini pieno/vuoto, ma pieno...pieno la differenza fra i quali è soltanto...potenziale. In sostanza il Maestro considera l'allievo già pieno ma ancora incosciente di esserlo e allora sa di dover agire maieuticamente per fare in modo che l'allievo faccia venir fuori ciò che già possiede e non affaticarsi a riempire di ...sè stesso, ciò che considera un vaso vuoto. E qui arriviamo alla figura somma di Maestro, quello capace di dare il permesso definitivo: il permesso di prendere coscienza del fatto che “Maestro” lo è ciascuno di se stesso. Quando arriva a questo il Maestro ha esaurito il suo compito ed inevitabilmente deve scomparire. Assolta questa funzione di temporaneo compagno di cammino, deve togliersi di mezzo e lasciare che il neocosciente Maestro cammini con le proprie gambe. Nel 1972 è comparso il libro di Sheldon B. Kopp “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo” - Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia. Ne consiglio vivamente la lettura a coloro che fossero interessati ad approfondire il rapporto Maestro/ allievo secondo quanto ho scritto in questo post.

martedì 16 luglio 2013

Criteri 7

IL MAESTRO. Argomento delicatissimo. Qui siamo tutti coinvolti, sia i professionisti che gli amatori. Una premessa è necessaria: per comodità di esposizione distinguerò fra due figure cambiando la lettera iniziale: Maiuscola ( Maestro ) per indicare la figura degna di questa qualifica, minuscola (maestro) per indicare tutti gli altri. Diciamo subito che la scelta del Maestro è il frutto di un percorso. Le figure coinvolte sono...due: l'allievo e il Maestro. Si potrebbe pensare che anche la fortuna giochi un suo ruolo in questa interazione umana, ma...andiamo con ordine. ALLIEVO. L'allievo è un essere umano che non ha ancora preso piena coscienza di sé e delle proprie capacità, sia di quelle evidenti che, cosa ancor più delicata, di quelle sopite, possedute ma non esplicitate.

Cosa fa allora questo essere umano? Si mette a cercare : cerca stimoli che lo aiutino a comprendere meglio se stesso, cerca informazioni, ha bisogno di a(f)fidarsi ( fidarsi di...) a qualcuno che lo aiuti a comprendere, a prendere coscienza; in definitiva però è alla ricerca di qualcuno che gli dia..permessi. Il permesso di credere in se stesso, di credere nelle proprie capacità, di verificare che ciò che lui pensa di sé è corretto, che esprimersi è una cosa "sana", che sentirne l'urgenza e assecondarne l'esigenza non è un atto eccessivo, ma al contrario UN DIRITTO INDIVIDUALE ASSOLUTO, quello che pone l'uomo sulla via della libertà e della verità che sono i bisogni più importanti che caratterizzano l'essere umano, le sue pulsioni spirituali ontologiche, le ragioni stesse del suo esistere. Questa prima fase, per un allievo, è un calvario. Decidere chi eleggere a proprio Maestro è molto difficile. Nell'allievo il bisogno di operare un transfert ( mutuo il termine dalla interazione paziente/terapeuta in psicanalisi) è prepotente, talmente prepotente che spesso si sceglie un maestro più per rispondere a questo bisogno di transfert che in virtù di una ponderata serie di considerazioni oggettive sulle sue reali capacità umane e competenze specifiche. Che in gioco vi sia un transfert è inevitabile, direi quasi imprescindibile; come potrei infatti accettare le indicazioni, gli stimoli, le osservazioni, le critiche, spesso anche durissime che mi venissero da una persona di cui non mi fido ciecamente? "Il mio...Maestro" è la frase che sintetizza tutto questo, conosciuto o sconosciuto che sia, per ciascuno ad un certo punto arriva la decisione di eleggere a proprio personale Maestro quello lì, quella persona identificabile, riconoscibile, incarnata. Perché ...calvario? Ma diciamola tutta: ma....di quali criteri potrò mai disporre all'inizio della mia ricerca, io allievo, per fare una scelta ponderata? Ancora una volta ecco ripresentarsi il problema di fine e inizio strettamente connessi. La situazione ideale sarebbe quella, prima di operare il processo di transfert, di valutare una rosa di potenziali maestri per poi sceglierne uno come Maestro. ( ...mentre scrivo ripenso a quello straordinario passaggio del film di Massimo Troisi "Ricomincio da tre" che mette in bocca a Lello Arena la particolareggiata spiegazione della differenza fra "'o mirachele " intendendo con questo i miracoli correnti, l'ordinaria erogazioni di piccoli benefici quotidiani, quelli che in fondo un santarello qualunque non nega al proprio devoto, e " 'O MIRACHELE" intendendo con questo l'evento straordinario che si pone al di sopra di qualunque possibile fraintendimento). Anche qui abbiamo il maestro , l'onesto e capace ( o, a volte...) compitatore, il ragioniere della musica che cerca di trasferire come può un corpus di indicazioni che lui stesso non si è mai permesso di rivivere criticamente, così le ha ricevute dal suo maestro e tali e quali le ripropone al proprio allievo. Ci sono alcune frasi/test per stanare questi maestri, che se fossero conosciute per tempo, eviterebbero a molti allievi di penare per arrivare ad identificare il proprio Maestro. Una frase antididattica per eccellenza è ad esempio :"CERTE COSE O CE LE HAI O NON CE LE HAI". In questa ci sono termini assai vaghi, ma si sa, più si sta nel vago e meno si assumono responsabilità, anzi, in questo caso si creano nel malcapitato allievo straordinari dubbi e qualche senso di colpa che non guasta mai. Ci sarebbe infatti da chiarire intanto quali sarebbero queste..."certe cose" e conseguentemente chi sarebbe la figura qualificata accreditato a certificarne il possesso. L'altra frase interessante è "CI SONO COSE CHE NON SI POSSONO SPIEGARE". Questa è risolutiva per determinare la scelta del Maestro: chi la dice si mette a nudo. Il momento, il periodo del rapporto nel quale viene detta fa la differenza. Se è dopo poco tempo che il rapporto è iniziato, e allora andiamo malissimo. Qualora dessimo per accettato che realmente ci siano "cose che non si possono spiegare", questa frase andrebbe detta alla fine di un tragitto nel quale però si siano prima spiegate TUTTE le spiegabili. Se viene detta quasi all'inizio in realtà cosa sottintende: ci sono cose che "IO" ( colui che la dice) non so spiegare, e allora lì capisci che quello non è nemmeno un maestro ( sempre con la "m" minuscola) ed è arrivato il momento di rivolgersi altrove. Per ora mi fermo qui per lasciar sedimentare, in chi avrà la bonarietà di leggere queste mie righe, le considerazioni qui esposte.